
Capcom riporta in vita una delle sue serie più amate con Onimusha: Way of the Sword, affidando il ruolo di protagonista a una delle figure più leggendarie della storia giapponese: Miyamoto Musashi. Il risultato è un action che convince per atmosfera, combattimenti e direzione artistica, ma che in alcuni aspetti sembra frenare proprio quando avrebbe tutte le carte in regola per brillare.
Un incontro tra storia e dark fantasy
Onimusha: Way of the Sword parte da una premessa tanto affascinante quanto rischiosa: prendere il celebre Miyamoto Musashi e inserirlo nuovamente nell’universo oscuro della serie, dove la storia del Giappone feudale incontra i demoni Genma.
Musashi viene rappresentato come uno spadaccino già estremamente abile, ma il suo viaggio lo porterà presto a confrontarsi con qualcosa che va ben oltre le capacità di un normale guerriero. Dopo l’incontro con il misterioso Guanto dell’Oni, il protagonista dovrà infatti accettare un potere che inizialmente rifiuta, necessario per affrontare la nuova minaccia che incombe su Kyoto.
A rendere ancora più particolare questa versione di Musashi è la scelta di ispirarne l’aspetto a Toshirō Mifune, una soluzione che funziona molto bene e contribuisce a dare al protagonista una presenza scenica notevole.
La storia riesce a combinare momenti drammatici, violenza e una componente più leggera, con alcuni personaggi capaci di spezzare la tensione nei momenti giusti. Anche il cast di comprimari si dimostra interessante, mentre il doppiaggio italiano rappresenta uno degli elementi più riusciti dell’intera produzione.
Una katana che risponde ai nostri comandi
Il cuore di Onimusha: Way of the Sword è naturalmente il combattimento.
Musashi dispone di diverse tecniche, armi e abilità che vengono introdotte progressivamente durante l’avventura. Il sistema punta molto sulla parata e sulla deviazione degli attacchi, meccaniche che permettono di trasformare gli scontri in vere e proprie sequenze di lame, schivate e contrattacchi.
Quando il sistema entra nel ritmo giusto, il risultato è estremamente soddisfacente. Le animazioni di Musashi sono spettacolari e la risposta ai comandi è precisa, anche grazie a un sistema di cancel action che permette di interrompere determinate azioni per reagire rapidamente.
Un ruolo importante viene svolto anche dall’Ardore, uno stato che può essere raggiunto attraverso una serie di deviazioni e che aumenta l’efficacia degli attacchi, soprattutto contro la postura degli avversari.
Il problema è che il gioco non sempre riesce a sfruttare pienamente queste meccaniche.
Quando i nemici non attaccano abbastanza
Il principale limite del sistema di combattimento è infatti rappresentato dall’IA dei nemici.
Molti avversari tendono a rimanere passivi, girando intorno a Musashi e aspettando prima di attaccare. Questo significa che, molto spesso, è il giocatore a dover provocare gli scontri e creare artificialmente quelle situazioni dinamiche che il sistema di combattimento sarebbe perfettamente in grado di gestire.
È un vero peccato, perché quando i nemici diventano più aggressivi il gioco cambia completamente ritmo.
Le deviazioni, le schivate e i contrattacchi diventano allora parte di una coreografia molto più coinvolgente, mostrando il potenziale che Way of the Sword avrebbe potuto esprimere con un’IA maggiormente proattiva.
Anche gli Issen, i fulminei fendenti capaci di eliminare rapidamente determinati nemici, sono spettacolari ma richiedono una precisione notevole e una pazienza che non sempre si sposa bene con il ritmo degli scontri.
Il risultato è quindi un sistema di combattimento solido, reattivo e spettacolare, ma che dà la sensazione di essere stato tenuto leggermente sotto controllo.
Potenziamenti, armi Oni e progressione
Durante l’avventura Musashi potrà migliorare equipaggiamento e abilità raccogliendo materiali e le diverse sfere lasciate dai nemici.
La progressione permette di intervenire su salute, danni, abilità, spada e Guanto dell’Oni, offrendo una discreta libertà nella costruzione del protagonista.
Anche le armi Oni rappresentano un’interessante componente del gameplay. Si tratta di strumenti offensivi che possono essere scoperti esplorando le ambientazioni e che offrono approcci differenti agli scontri.
Il problema è che, come spesso accade in sistemi di questo tipo, alcune armi risultano inevitabilmente più convenienti di altre. Una volta individuate quelle maggiormente efficaci, diventa naturale affidarsi soprattutto a quelle.
La progressione rimane comunque soddisfacente e l’esplorazione viene adeguatamente incentivata dalla possibilità di trovare risorse, potenziamenti e strumenti nascosti.
Kyoto è il vero centro dell’avventura
Una delle caratteristiche più interessanti è la struttura di Kyoto, utilizzata come hub principale dell’esperienza.
La città può essere esplorata liberamente e viene progressivamente ampliata con il proseguire della storia. Liberando determinate zone dal miasma sarà possibile rendere nuovamente accessibili alcune aree, sbloccare missioni, incontrare personaggi e scoprire nuovi segreti.
Le altre ambientazioni seguono invece una struttura decisamente più lineare, con percorsi principali molto guidati e alcune deviazioni dedicate soprattutto a forzieri e collezionabili.
Non è necessariamente un difetto: Way of the Sword non cerca di trasformarsi in un open world gigantesco e preferisce mantenere il focus sull’avventura e sul combattimento.
Il problema è piuttosto che alcune aree risultano troppo brevi e poco sfruttate, mentre il level design non sempre riesce a valorizzare le abilità Oni che vengono sbloccate durante il viaggio.
Missioni secondarie e leggende popolari
Le missioni secondarie sono generalmente piuttosto semplici e spesso ruotano attorno all’eliminazione di determinati Genma o al recupero di oggetti.
Più interessanti sono invece le leggende popolari, piccoli racconti che permettono di approfondire il mondo di gioco e alcuni dei suoi personaggi.
Queste attività sono particolarmente riuscite perché non sembrano semplicemente contenuti aggiunti per allungare artificialmente l’avventura: alcune delle loro storie sono infatti collegate agli eventi della trama principale e contribuiscono a rendere Kyoto un luogo più vivo.
Non mancano poi i Komainu, simpatici collezionabili che ricompensano il giocatore con elementi cosmetici per le proprie armi.
Una difficoltà che poteva osare di più
Un altro aspetto che lascia qualche dubbio è il livello di difficoltà.
La prima partita può essere affrontata in modalità Azione, mentre completando l’avventura viene sbloccata la modalità Massacro, pensata per offrire una sfida maggiore.
Tuttavia, anche durante la prima esperienza il gioco tende a essere piuttosto permissivo. Tra cure, oggetti di supporto e possibilità di resurrezione, chi ha una certa esperienza con gli action più impegnativi potrebbe trovare la sfida meno severa del previsto.
Ed è un peccato, perché un sistema di combattimento basato sulle deviazioni e sulla lettura degli attacchi avrebbe potuto beneficiare enormemente di una maggiore pressione da parte degli avversari.
Tecnicamente è una lama affilata
Sul fronte tecnico, invece, Way of the Sword convince.
La modalità prestazioni offre una fluidità estremamente stabile, fondamentale per un gioco in cui il tempismo delle parate e delle schivate è parte integrante dell’esperienza.
Anche le animazioni e le transizioni tra le varie azioni contribuiscono alla qualità generale del sistema di combattimento.
È proprio per questo che le limitazioni dell’IA risultano ancora più evidenti: tecnicamente il gioco sembra pronto a sostenere scontri molto più aggressivi e spettacolari.
Il ritorno di Onimusha funziona?
Onimusha: Way of the Sword è una buona operazione di rilancio per una serie che mancava da troppo tempo.
Capcom ha trovato un protagonista perfetto in Miyamoto Musashi e ha costruito attorno a lui un’avventura capace di combinare storia, folklore giapponese e dark fantasy.
Il combattimento è probabilmente il suo punto di forza, anche se è proprio qui che emerge il più grande rimpianto: il sistema avrebbe potuto essere molto più aggressivo e dinamico se i nemici avessero sfruttato maggiormente le possibilità offerte dal gameplay.
A questo si aggiungono alcune missioni secondarie poco memorabili, una varietà non sempre elevata negli avversari e un level design che in diversi momenti preferisce guidare il giocatore invece di lasciarlo sperimentare.
Dall’altra parte troviamo una storia piacevole, un’ottima direzione delle sequenze narrative, un protagonista carismatico, un doppiaggio italiano particolarmente riuscito e un comparto tecnico solido.
L’avventura principale, completata anche nei contenuti opzionali, richiede inoltre circa 35 ore, offrendo una quantità di contenuti adeguata senza trasformare l’esperienza in un enorme gioco open world.
Il nostro verdetto
Onimusha: Way of the Sword non è il ritorno perfetto che alcuni fan avrebbero potuto desiderare, ma è comunque una base molto interessante per il futuro della serie.
Il potenziale c’è, ed è evidente soprattutto quando il combattimento riesce finalmente a esprimersi senza freni. Se Capcom dovesse proseguire su questa strada, aumentando l’aggressività dell’IA, la varietà degli avversari e la profondità degli scontri, il prossimo capitolo potrebbe fare un salto qualitativo importante.
Per ora, Way of the Sword è un action solido, spettacolare e piacevole da giocare, con qualche occasione mancata ma abbastanza qualità da rendere convincente il ritorno di Onimusha.
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